Matrescenza: la trasformazione che nasce insieme al tuo bambino
Negli ultimi anni è comparsa una categoria di oggetti pensati per chi diventa madre: un piccolo ciondolo da portare vicino al cuore, un bracciale…non come regalo per celebrare un figlio o una figlia in arrivo ma gioielli da indossare pensati per accompagnare chi sta attraversando una trasformazione profonda.
Per la prima volta, il racconto della maternità sta facendo spazio a qualcosa che fino a poco tempo fa mancava quasi del tutto: l'idea che insieme al bambino nasca anche un'altra trasformazione, parallela e altrettanto profonda, che riguarda la donna che diventa madre. Un processo che per decenni non ha avuto un nome, oggi ce l’ha: si chiama matrescenza.
Cos’è la matrescenza: la definizione di Dana Raphael
Il termine matrescenza è stato coniato negli anni Settanta dall'antropologa americana Dana Raphael, per analogia con adolescenza. Non a caso: come l'adolescenza, descrive infatti un periodo di transizione profondo e destabilizzante, ma rimasto fino ad allora senza nome.
E se l’adolescenza, con tutta la sua turbolenza, ha un nome riconosciuto e legittimato dalla scienza e dal linguaggio comune, perché non possiamo pensare lo stesso per la trasformazione che porta una donna a diventare madre?
Raphael indicava con questo termine il processo attraverso cui si diventa madre in senso pieno — non solo dal punto di vista fisico o ormonale, ma a livello psicologico, sociale e identitario. Cambia il modo di pensare, cambiano le priorità, le relazioni, la percezione di sé e del proprio corpo.
Cosa dice la scienza sui cambiamenti identitari della maternità?
Per decenni, l’intuizione di Raphael è rimasta ai margini del dibattito scientifico. Negli ultimi anni, però, la matrescenza è tornata al centro dell’attenzione, soprattutto grazie al lavoro dell’antropologa Alexandra Sacks, che ne ha riportato il concetto nel discorso pubblico contemporaneo, e a una serie di studi che ne hanno indagato le basi biologiche.
Le ricerche di neuroimaging — una tecnica che permette di visualizzare la struttura e l'attività del cervello in modo non invasivo — mostrano che la gravidanza e il post partum producono cambiamenti misurabili nel cervello materno, in particolare nelle aree legate alla socialità, all'empatia e alla capacità di leggere i bisogni di un altro essere umano. Sono cambiamenti neurologici reali, che possiamo paragonare per intensità ad altri grandi periodi della vita come, appunto, l'adolescenza.
A questo si affianca una crescente letteratura psicologica che descrive la matrescenza come un processo di ristrutturazione identitaria totale. Cambia il modo di percepire il tempo, il rischio, il proprio corpo. Cambiano gli equilibri nella coppia, nelle amicizie, nel lavoro. E cambia, spesso in modo brusco, anche il senso di chi si è sempre state, prima di diventare madri.
Perché della matrescenza si parla ancora così poco?
Se la trasformazione è così profonda e documentata, perché il termine matrescenza resta così poco conosciuto, anche tra chi lo sta vivendo in prima persona?
Una prima ragione è culturale. Il racconto sociale della maternità si è concentrato a lungo quasi esclusivamente sul bambino: la sua crescita, le sue tappe, i suoi bisogni. La madre è rimasta sullo sfondo, descritta in funzione di lui, raramente come soggetto a sua volta in trasformazione.
Una seconda ragione è medica. Per molto tempo l’attenzione clinica si è fermata al parto, o al massimo al puerperio inteso in senso fisico: la guarigione del corpo, l’allattamento, i controlli post partum. Tutto ciò che riguardava l’identità, il senso di sé, il disorientamento psicologico è rimasto fuori dal perimetro della cura, spesso liquidato come normale stanchezza o, nei casi più gravi, ricondotto solo alla depressione post partum, senza riconoscere lo spazio più ampio e più comune del semplice spaesamento identitario.
Una terza ragione è più sottile, ed è legata al linguaggio stesso. Senza una parola che descriva un’esperienza, quell’esperienza tende a restare invisibile anche a chi la vive. Si fatica a spiegarla agli altri, e a volte si fatica a riconoscerla persino a se stesse, perché manca lo strumento concettuale per dirla.
Cosa cambia quando un’esperienza ha finalmente un nome
Dare un nome a qualcosa non è un esercizio astratto e banale. Nominare la matrescenza significa, prima di tutto, renderla legittima: dire che quello spaesamento, quella sensazione di non riconoscersi più del tutto, quella fatica a tenere insieme la persona che si era e la madre che si sta diventando, non sono un’eccezione individuale, ma un processo condiviso e documentato.
Significa anche poterne parlare senza sentirsi in difetto. Una donna che attraversa la matrescenza può dire «sto vivendo un cambiamento identitario» invece di «non mi riconosco più e forse c’è qualcosa che non va in me». La differenza tra queste due frasi è enorme, e nel linguaggio sta gran parte della differenza tra una trasformazione che si può attraversare e un disagio che si finisce per nascondere.
Nominare la matrescenza apre anche uno spazio diverso per chi sta accanto a chi diventa madre: partner, famiglia, amici, professionisti della salute. Sapere che esiste un termine, una letteratura, una ricerca scientifica alle spalle di quello che sembra solo «un momento difficile» permette di prenderlo sul serio, di accompagnarlo con più attenzione, invece di liquidarlo come qualcosa che passerà da sé.
La matrescenza non è un problema da risolvere, ma un processo da riconoscere. Tanto reale quanto l'adolescenza, tanto degno di attenzione. Ed è forse per questo che certi oggetti — un ciondolo, il suono sottile di un chiama angeli — iniziano ad avere un senso diverso.
È da questa consapevolezza che nasce il Suonamore di leBebé: una collana con un ciondolo tintinnante, pensata per accompagnare la donna durante la gravidanza. Portato vicino al corpo, il suo suono sottile è presente nei movimenti quotidiani, nelle pause, nei momenti in cui ci si ferma. Un regalo prezioso che diventa un riconoscimento prezioso per chi sta attraversando una trasformazione tutta sua. Perché insieme a un figlio o una figlia, nasce una madre.

